Nastro n°2/La madre dello scrittore

Una donna consuma il tempo della sua vita prostituendosi con gli uomini. Conosce le pratiche sessuali più aberranti, spinge il suo corpo fino e oltre il limite estremo della degradazione. Con il passare del tempo, perde la sua anima, o è quel che sente.
Partorisce numerosi figli, da molti padri diversi. Soldati, banchieri, semplici ladruncoli di strada. Di quelli nati nel pieno della sua attività, nessuno sopravvive. Muoiono tutti bambini, di fame o di violenza. Altri scompaiono in circostanze non chiare. Quelli nati sulla soglia della vecchiaia, negli ultimi anni di lavoro e di fertilità, invece sopravvivono. Tutti crescono e lasciano il quartiere di miseria dove sono nati. Alcuni lasciano anche la città. Nessuno di loro ha un padre. Li hanno allevati le puttane, i papponi, le armi da fuoco. Alcuni rimangono spacciatori, puttane, ladri, ricettatori, in diversi quartieri della città o del mondo e muoiono lasciando deboli tracce che evaporano come orina di cane. Altri invece vengono strappati alle loro radici dall'assistenza sociale. Diventano comuni lavoratori. Panettieri, operai, impiegati. Ma anche personalità riconosciute e influenti del mondo che conta. Uomini politici, vescovi, scrittori. Con il tempo dimenticano la baracca di lamiera in cui sono nati e l'odore stantio di essenze e lattice. Incontrano prostitute di alta classe. Consumano droghe molto costose. Rilasciano interviste brillanti e talvolta commoventi. Non hanno mai avuto padre. Presto dimenticano di avere avuto una madre.
Lo scrittore si addentra in un quartiere malfamato della sua città. Vuole scrivere un libro che trasudi la miseria delle periferie. E' riuscito a ottenere il contatto di una persona che può aiutarlo a saperne di più. Non sa dire da dove sia spuntata questa idea. In generale, non sa mai dire perché scriva una storia e non un' altra. Non ha mai conosciuto i suoi veri genitori. Aveva solo quattro anni quando è stato affidato a un orfanotrofio. Ha potuto studiare e ha imparato presto a manipolare il frutto della solitudine chiamato parola. A ventidue anni ha pubblicato il suo primo romanzo. In quel libro un bambino scopre che il padre ha ucciso la madre e dissotterra il cadavere della donna per tenerlo con sé.
A volte lo scrittore si apparta con delle prostitute molto giovani, con una soddisfazione vuota a cui non sa rinunciare. Ha passato i quarant'anni. E' sposato e ha due bambini. Non avrebbe voluto che i suoi figli imparassero a leggere e scrivere, ma si è arreso quando lo Stato li ha chiamati a scuola.
Vagando per le strade alla periferia della sua città lo scrittore incontra la vecchia.
E' sporca e vestita di stracci. Cammina trasportando a fatica un carretto molto pesante, pieno di tutte le sue cose.
“Salve”, dice lo scrittore.
“Che fai lì impalato”, dice lei. “Aiutami a tirare questa croce”.
Lo scrittore prende il posto della donna senza fare domande e comincia a tirare il carretto. I due camminano per un bel tratto di strada. Lo scrittore segue le indicazioni della vecchia, finché non raggiungono una baracca di lamiera in mezzo al niente.
“Siamo arrivati".
Lo scrittore controlla l'orologio. Tra un'ora i bambini usciranno da scuola e lui dovrà trovarsi davanti al cancello. C'è ancora tempo.
Entrano nella baracca. Lo scrittore nota che l'abitazione non ha pavimento e le scarpe grattano la nuda terra. La casa è un'unica stanza. Al centro della stanza c'è un tavolo e sul tavolo diversi sacchi pieni di quella che lo scrittore chiamerebbe immondizia. L'aria è allagata da un odore pestilenziale. Le pareti sono nude e ci stanno appoggiati solo due mobili, una vecchia cucina a carbone e un armadio di legno. In fondo alla stanza, separato da una tendina di tela, il letto fatto di due vecchi materassi buttati uno sull'altro sulla terra e di poche coperte sudice.
Lo scrittore e la vecchia siedono al tavolo. Lo scrittore chiede:
“Vive qui sola?”
“Una volta vivevo con i miei figli”.
“E adesso?”.
“Adesso non più”.
La vecchia si alza e dall'armadio tira fuori una bottiglia e due bicchieri di cristallo inverosimilmente puliti. Li riempie uno dopo l'altro.
Lo scrittore dice:
“Non doveva disturbarsi".
“Oggi è un giorno particolare. Mio figlio è tornato. E' venuto a trovarmi. Adesso è un uomo importante e porta vestiti costosi”.
“Brindiamo a suo figlio, allora”.
“Brindiamo”.
“Da quanto non lo vedeva?”
“Abbastanza”.
“Vive lontano, suo figlio?”
“Rispetto al tempo che non l'ho più visto, non molto”.
“E adesso dov'è?”
“Sei qui, davanti a me”.
Lo scrittore ride.
“Mi dispiace, non sono io suo figlio”.
“Si, sei tu”.
La vecchia beve il vino tutto d'un fiato.
“Ben tornato”.
Le gengive sporche di fango sorridono allo scrittore. La vecchia è seduta e lo guarda fisso con il bicchiere in una mano e i denti, pochi, nella bocca. Lo scrittore crede di vedere gli occhi rugginosi velarsi di lacrime, che però non scendono.
Lo scrittore dice:
“Mi dispiace, si sbaglia. Ho tratti molto comuni. Spesso la gente crede di riconoscere in me una persona che sta cercando, ma poi si accorge di essersi sbagliata”.
La vecchia distoglie lo sguardo. Posa il bicchiere e richiude velocemente il sorriso. Gli occhi ritornano asciutti e bui.
“Hai ragione. Scusami, ti ho scambiato per uno dei miei figli, ma non lo sei. Che lavoro fai esattamente?”.
“Sono uno scrittore. Mi serve materiale per scrivere un libro”.
La vecchia ride.
“Da queste parti è più facile trovare uno scrittore che un pappone. Sei famoso?”
“Abbastanza famoso”.
“Che cosa stai cercando?”
“Vorrei raccontare il male”.
“Ti accontenti di poco”.
“Potrebbe cominciare col raccontarmi qualcosa. Per esempio che fine hanno fatto i suoi figli”.
“Non ti racconto niente. Se parliamo, poi ne saprai meno di prima”.
La vecchia si alza e si dirige verso l'unica finestra, piccola e sporca di fango.
“Ecco, da qui, se vuoi, puoi vedere tutto”.
“Tutto cosa?”
“La mia vita. Ma devi pagare, come tutti gli altri”.
“Gli altri chi?”
“Scrittori, depressi, pervertiti. Quelli che pagano per guardare”.
“Guardare cosa?”
“Dentro”.
“Che cosa succede dentro?”
“Un po' di tutto”.
La vecchia comincia a togliersi gli stracci. Si spoglia completamente nuda, un pezzo dopo l'altro e mostra la pelle appesa alle ossa, grinzosa e macchiata di sporcizia e di vecchiaia. I pochi peli pubici radi e fulvi come un cespuglio di foglie secche. Sorride lasciva e si corica sul letto.
Lo scrittore si alza dalla sedia e poggia il bicchiere sul tavolo. Si spoglia nudo e si avvicina al letto camminando sulla terra umida. Si accovaccia e prende tra le dita il seno accasciato della vecchia. Lei gli accarezza il sesso e il sesso si indurisce in fretta.
Lo scrittore dice:
“C'è qualcuno dietro la finestra in questo momento?”
“Adesso no”.
“Se ci fosse qualcuno me lo diresti?"
“Tu fai il tuo lavoro, io faccio il mio”.
Lo scrittore torna ai suoi vestiti e dalla tasca della giacca estrae una piccola videocamera. La posiziona sul tavolo in modo da inquadrare il letto. La accende. Ritorna dalla vecchia e fa l'amore con lei, in tutti i modi possibili. Prima dice:
"Guarda sempre nella telecamera. E se ti va, sorridi".
Lo scrittore arriva puntuale davanti a scuola. I bambini gli corrono incontro lasciando i loro compagni. Il più grande ha fatto un esercizio di analisi grammaticale. Il più piccolo ha imparato a scrivere la lettera esse.
“E tu che cosa hai fatto, papà?”
“Sono stato a trovare mia madre”.
“Da quando hai una madre?”
“Tutti hanno una madre”.
“Se hai una madre, perché noi non l'abbiamo mai vista?”
“Mi avevano detto che era morta. E invece non era vero e oggi l'ho ritrovata, per caso, mentre cercavo l'ispirazione per il mio prossimo libro”.
“Di cosa parlerà il tuo prossimo libro, papà?”
“Di una madre”.
I bambini pensano silenziosi mentre salgono sul sedile posteriore dell'automobile. Poi ricominciano.
“Allora noi abbiamo una nonna, è così?”
“Si, avete una nonna”.
“E possiamo vederla?”
“Quando sarete più grandi, forse potrete vederla”.
“Come? Ci metteremo degli anni a crescere, e sicuramente lei è già vecchia, come tutte le nonne. Se muore mentre stiamo crescendo, come si fa?”
Lo scrittore sorride guardando gli occhi pensanti dei bambini nello specchietto retrovisore.
“In quel caso, non sarete i primi, né gli ultimi, a non sapere chi siete e da dove venite”.

Una Risposta a “Nastro n°2/La madre dello scrittore”

  1. Titta Dice:

    Cercavo F. in ogni sito che gli somiglia, in ogni blog, ho trovato i tuoi scritti.
    Bravo, veramente.
    E questo racconto, per me, è come il labirinto di specchi da dove non esco.

    Titta

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